Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di webmaster (del 21/08/2007 @ 20:22:07, in ITALIANO, linkato 910 volte)

………leggo e rileggo un libro di poesie……

……è come guardare le foto sbiadite del passato……le sensazioni sono impresse sulla pellicola del tempo, così fragile che persino una goccia di rugiada potrebbe danneggiare……volto le pagine sfiorandole come fossero i seni di un dolce amante……

e affiorano i ricordi……ed emergono le emozioni e tutto attorno prende vita……canti, risa, pianti……… corse sulla sabbia tiepida……ed un mare che tutto vede e che tutto annota, imprigionando nella memoria delle sue chiare acque le immagini tremolanti di due figure che si baciano ……

……e poi il sole……splendente, bianco………bianco come il soffitto che adesso osservo mentre nella stanza torna il silenzio……

ripongo il libro nella biblioteca del cuore e mi ricongiungo con i fantasmi della realtà

……e con essi aspetto……


Maluan

 

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Di webmaster (del 21/08/2007 @ 20:12:49, in ART, linkato 1096 volte)

Opera di Matteo Quadalti

Il quadro ispirato dalla musica di Branduardi dal titolo "Sublimare e organizzare" ed è eseguito da Matteo Quadalti - Via della costa 7 - 47015 Modigliana FC

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Di webmaster (del 21/08/2007 @ 20:10:17, in ITALIANO, linkato 829 volte)

Nella nebbia

Ma da quanto non sono più qui
Da quanto il mio pensiero più non vola
Un secco inchiostro avvolge la mia penna……
Un arido deserto prende il sopravvento su un mare sempre più sterile……
Ma da tanto il sole non sorge e da troppo la luna non splende……
………e da sempre la mia anima non ha pace……
Nulla può la luce di un faro contro la fitta nebbia che l’avvolge……

Maluan

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Di webmaster (del 17/08/2007 @ 11:49:37, in ITALIANO, linkato 1026 volte)

 

Introduzione:  

“La riscoperta”  

Sono stato da sempre un grande ammiratore ed ascoltatore di Angelo Branduardi, la sua musica ha fatto da colonna sonora ai miei pomeriggi “di studio (quasi) matto e disperatissimo” ai tempi dell’università e al mio lavoro nei  cantieri al chiuso degli edifici da restaurare o nel caotico stanzone che faceva da studio e da casa negli anni del mio apprendistato di promettente architetto.

Mia moglie, tra l’altro, “somigliava” alle evanescenti e misteriose figure femminili del magico universo branduardiano, nel bene e nel male mi appariva tenera e leggiadra e… superba e crudele!

C’è stata una fase nella mia vita in cui avevo messo da parte la mia sfera emotiva e sognatrice catturato dal pragmatismo cronico degli anni ’80 e ’90 e pungolato dalla sempre più pressante esigenza della mia famiglia di apparire al top.

Poi, come nel gioco sasso - carta - forbice, non so con quale mossa, ma io, insieme al mio destino, ho compiuto un bel capitombolo per ritrovare me stesso e, lo dico, per tornare ad essere felice.

Oggi che vado attraversando quella mezza età tanto denigrata, io mi sento come un nuovo fanciullo curioso della vita, nei miei occhi rivedo lo stesso bagliore che mi faceva cogliere tutto il mondo in un foro nel muro o nella linea dell’orizzonte.

In questo “oggi” della mia vita, buona parte ha avuto la riscoperta, per caso, della musica di Branduardi.

Questo lungo brano racconta di un giorno nell’ormai lontano 2003, quando mi imbattei nell’occhio di Laila:

 

CONFESSIONI DI UNO SCALPELLINO
Bologna è vivibile anche se gli autobus sono in sciopero,
da via Saffi a via Irnerio il cammino è piacevole ma non breve
in una pallida mattina di  marzo, un’afa quasi estiva io cammino sudando nel
giaccone acquistato in saldo a febbraio
ripieno per metà di piume di oche non di primo starnazzo e penso,
mentre i piedi scansano
qualche traccia di cane sul marciapiede insano,
alle piume seminate dal mio peregrinare per la strada…
Di venerdì lavoro meno, solo poche ore,
contavo di arrivare prima per non fare fila al discount alimentare…
D’altra parte che cosa ho da fare!
Mi piace osservare la gente che mi osserva,
sono ancora un uomo, di una bellezza che gira intorno alla cinquantina:
alto, slanciato, brizzolato,
 fisico asciutto da una non buana credenza e
da una scarsa frequenza dell’arte della cucina.
Al mio occhio di consumato artigiano esperto restauratore,
operaio degli altrui capolavori,
la luce di oggi pare essere infedele,
bianca e sognante, inquietante,
e a me sembra oggi di sognare tra le nuvole dei gas di scarico
e i rumori amici della città che mi accoglie e scuote.
Mi scrollo dalle spalle il brivido di un ricordo e,
aspettando l’omino verde delle lanterne moderne,
mi specchio nella vetrina traboccante di scarpe:
a stento riconosco il marito di mia moglie
senza lo smalto dato da capi firmati da ignoti autori,
rifilati da sottomesse mani di Singapore,
che trasudano cifre esorbitanti e appariscenza
a dispetto di quanti faticano a tenere in piedi una semplice credenza.
Il trillo del verde semaforico mi ridesta e riprendo il cammino ,
oggi spero che i piedi miei guidino i miei passi
giacchè la mente va verso l’ignoto.
Mi sorride una fanciulla,
ripenso ai miei figli
di cui sono ormai solo un lontano genitore
di cui non hanno tempo di parlare tra masters di lingua e di economia,
si sono buttati a capofitto nel progresso
per stare al passo e per non perdere il lusso
per cui la madre ha tanto faticato;
se mi ripasso i loro volti vedo
solo una forte mano di smalto
che li tiene sempre in rigida posa in un sorriso terrificante di soddisfazione
nella truce ambizione di essere i primi ed i migliori…
temo di aver contribuito con il mio seme a generare dei mostri
che mi hanno già divorato,
scusate la mia presunzione ma mi sento un novello Crono
che ha smesso di maciullare .
M’hanno bloccato e intimorito gli sguardi di estrema sufficienza
della donna a cui per amore io fui marito,
non so per quale intruglio o qualsivoglia doglia
nel tempo ha trasformato il tenero nido d’amore restaurato
nel vecchio podere di mio padre
in una superbe villa di ostentato splendore
e anche la sua primigenia bellezza si è evoluta
in una maschera di efficiente perfezione a cui io facevo da contorno,
cavaliere servente e principe consorte,
non servivo nemmeno più da antipasto nei discorsi…
non ricordo chi mi affidò la parte di starmene in disparte
ma, io che so essere solo un bravo scalpellino,
non bruciavo di ambizione mentre lei, sempre più distante,
scalava le vette più ambite degli incarichi  nelle Belle Arti,
il colle del prestigio cattedratico,
i volumi patinati delle pubblicazioni a tirature sempre più limitate
con incisioni dorate riempivano gli scaffali buoni del salone.
E io portavo uno, due, tre alla volta nel garage o nella cantina
la nostra, la mia vita di prima…
poi come uno sparviero sopraggiunse il potere.
Onorevoli e senatori, assessori e consiglieri
a pranzo e a cena ogni sera,
ed io mi annoiavo di parole
ma facevo la mia bella figura nei completi di lino
e nelle rughe dell’abbronzatura, sorridevo a stento
e per un certo tempo mi salvò l’ironia
tra le olive del Martini e gli sguardi sboccati di donne ostentate
come trofei, come nuove polene messe alla barche o alle brache.
Infine mi pesò il riso e mi giunse serio
il voltastomaco tipico del mal di mare dell’ipocrisia,
l’indice di quella troppo perfetta donna mi additava
e mi accusava dei suoi insuccessi,
occorreva fare largo,
fare posto ad un dramma familiare per dare credito politico alla sua figura,
serviva un capro espiatorio
ed io ho sperato almeno di non aver del caprone le corna…
Non so poi come avvenne ma
un giorno mandai tutto a monte e tornai nel piccolo borgo
dove passavo l’estate con le cicale e con i nonni,
adesso l’estate non c’era ma respiravo il fumo del camino
e riconobbi tra le pieghe del suo viso un antico amore
consunto da lutti e dolori,
non mi fermai però a lungo per non rimanere invischiato
nelle tela di un nuovo labirinto tracciato
dai segni disperati di anime inquiete.
Presi un’altra direzione e giunsi ad oggi
in questa nuova vita, in una stanza ammobiliata dei padri dehoniani,
per amico tutto il mondo e il collega Arita
che mi affianca silenzioso nei soliloqui indifferenti
che mi sorride quando declino la mie amarezze con il vino…
Mi fermo e osservo dall’altra parte
del marciapiede uno strano manifesto,
un occhio strano mi scruta, mi avvicino,
leggo la data ,l’ora e il dove e poi mi avvio.
“C’è al Medica il concerto di Brandurdi:”dico
 e Arita  che verrà dice.
Quella sera ci diamo appuntamento
davanti all’albergo Cristallo atmosfera da giallo,
io con il mio cellulare di scarsa batteria a stento comprendo la via,
Arita ha una vecchia buona macchina
e già l’ha parcheggiata è abbastanza turbato
o per vedermi in tiro: giacca, cravatta in tono,
soprabito di pelle lungo alla matrix in prestito da Del Buono;
faccio ancora la mia figura,
ma Arita sostiene che faccio veramente impressione
per come sono alto e dimagrito o,
forse è preoccupato perché nella comune cucina
ridendo gli dissi che avrei posato l’indomani mattina
una rosa rossa sul suo cuscino
e gli avrei dato un lieve bacio sulla fronte stempiata
prima di lasciare la camera doppia economica e condivisa per il grande evento.
L’inserviente ci sorride,
mi mette in mano una chiave con un blocco di cristallo
fasullo come le sue allusioni a due signori abbastanza distinti
che prendono una camera in albergo senza per forza essere amanti…
io faccio finta di niente sono emozionato molto e dopo molto tempo,
Arita sempre più rigido impreca contro le mattonelle
che non sono decisamente di suo gradimento.
Il teatro è al  completo, io ho preso i posti buoni,
a sinistra, terza fila dopo la stampa, vicino a me una coppia giovane.
Dopo l’annuncio il sipario si apre e appare tra una nuvola bianca di tulle,
una luna d’argento e il cantore seduto quasi in terra che mi racconta…,
per due ore ho percorso il mio cammino,
ho ritrovato tutti i sapori che la rabbia e l’accidia mi avevano attutito,
la ragazza a me vicino si commuove, io mi vergogno,
perché sono grandicello e per Arita,
ma piangerei anch’io…
Alla fine per strada come un mulino a parlare,
la felicità ha sapore di neve e  forza di vento…
poi Arita si addormentò sulle mie parole,
io non chiusi occhio pensavo e lacrimavo alla musica,
alle parole, all’esperienza,
vivo, come una fanciulla innamorata.
Il mattino arrivò a ritrovarmi ad aspettare il 13 in via Ugo Bassi,
il sole riscaldava la mia faccia felice,
pensavo ai commenti dei colleghi al cantiere
quando mi avrebbero visto arrivare
tra i calcinacci e gli intonaci dei rilievi
con un tale vestito.
Mentre si parte sorrido pensando ad Arita,
cercherà invano la rossa rosa sul cuscino…
e l’umore di un bacio sulla fronte avita!
 
A. Simonetti
 

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Di webmaster (del 26/07/2007 @ 10:01:37, in DEUTSCH, linkato 1173 volte)

Am 21.07.2007 kam ich nach Bad Pyrmont,dem schönen Orte und finde nach dem ergreifenden Konzert nicht die rechten Worte.Es ist für mich noch wie ein Traum doch es ist wahr ich war da!!!!!!!!!

 
liebe Grüße,Ina
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Di webmaster (del 23/07/2007 @ 23:33:55, in DEUTSCH, linkato 1067 volte)

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Di webmaster (del 06/07/2007 @ 17:54:27, in ART, linkato 3044 volte)

Artwork by Angelo La Barbera

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Di webmaster (del 27/06/2007 @ 12:00:21, in ITALIANO, linkato 878 volte)


IL TRIONFO DELLA MORTE

di Alessandro Simonetti.


 
Per motivi di lavoro ho vissuto alcuni anni a Bologna, durante questo periodo fui piacevolmente “costretto” ad avvicinare opere memorabili di artisti “maggiori” e “minori” e a manipolarle con , non nego, grande orgoglio misto ad una notevole “fifa” datami dalla responsabilità di operare per salvare l’estro e l’idea di chi, molti secoli prima, aveva avuto l’intenzione di comunicare un messaggio, attraverso un codice sublime ma vittima dello scorrere del tempo.
In uno dei miei tanti sopralluoghi in san Giacomo Maggiore, tra le impalcature e le polveri, osservai un grande spazio libero presente nella cappella Bentivoglio, non vi era alcuna indicazione circa la tela che lo occupava…
Ritornai al mio lavoro e, successivamente, cercando uno dei collaboratori, passai per uno stretto corridoi laterale, oscuro e ostile a causa dei materiali depositati, quando, in una cappella secondaria, adagiato contro una parete, mi apparve, immenso, il Trionfo della morte, opera a me “saccente” quasi del tutto sconosciuta.
Rimasi molto tempo a contemplare la tela e , magicamente, in me risuonavano le note del “Ballo in Fa diesis minore” di Branduardi.
La Morte Regina, sedeva in trono, con la falce per corona, e ci ammoniva, me e i personaggi, della sua potenza e della sua necessità.
Tutti nella circonferenza del tempo e del cielo a lei ci inchiniamo e, pur se falsi indifferenti, evitiamo di guardarla in faccia, l’inganniamo con il gioco e il suono, nella speranza che dimentichi il suo ruolo… ma Lei di tutti noi è “signora e padrona”, è maestra e misura della finitezza degli egoismi e dell’immensità dell’amore, dominatrice assoluta della Fine a cui l’uomo ha risposto con l’eternità dell’arte e dell’armonia.
Il tema del trionfo della morte è possibile rintracciarlo nelle arti figurative della fine del XIII, del XIV, del XV e del XVI secolo.
Molto interessanti, a questo proposito, sono gli affreschi della cappella inferiore del monastero di San Benedetto a Subiaco , dove si trova anche uno delle prime raffigurazioni, ritenuta originalissima, di san Francesco d’Assisi.
Buona ricerca!

Lorenzo Costa: “Trionfo della morte” -1490.

Lorenzo Costa (Ferrara 1460 ca. – Mantova 1535), pittore italiano, formatosi alla scuola ferrarese, dal 1483 lavorò a Bologna.
Gli anni dal 1488 al 1490 rappresentano il periodo di maggiore attività artistica del pittore, proprio in questi anni gli furono commissionate da Giacomo II Bentivoglio le grandi tele per la cappella di famiglia presso la chiesa di San Giacomo Maggiore: Madonna in trono adorata dalla famiglia del committente (che occupa lo spazio centrale corrispondente all’altare della cappella) – Trionfo della fama (su un lato) – Trionfo della Morte (direttamente sul lato opposto al Trionfo della fama).
La colta, classicistica e “inquieta” produzione dell’artista, lo porta ad operare presso i maggiori committenti del periodo, ma, stranamente, dopo la caduta dei Bentivoglio, dopo essersi trasferito a Mantova ed aver lavorato per lo Studiolo dell’illuminata Isabella d’Este, il Costa vede inaridirsi la sua vena creativa e dopo il 1525 non dipinse più…

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Di webmaster (del 23/06/2007 @ 19:06:17, in ART, linkato 1127 volte)

...Una delle mie prime illustrazioni che ho fatto ascoltando le confessioni di un malandrino...più di dieci anni fa credo. L'ho ritrovato in fondo ad un cassetto...

Maria

 

Illustrazione di Maria Distefano

 

(Particolare)

Illustrazione di Maria Distefano (particolare)

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Di webmaster (del 20/06/2007 @ 23:38:02, in ITALIANO, linkato 1090 volte)

 

"Il cammino verso Santiago". Santiago de Compostela ha rappresentato, in un'epoca ormai troppo lontana, uno dei centri più importanti della Cristianità; doveroso per ogni buon cristiano, era l'intraprendere il santo pellegrinaggio che, attraverso vari popoli e terre , giungeva alla città santa dove, si dice, riposino le spoglie di San Giacomo (Sant 'Jago o Sant'Iago in lingua ispanico-portoghese). II viaggio periglioso e lungo, spesso senza mezzi per scelta di penitenza o per necessità, si concludeva alle volte della magnifica cattedrale, dove quel che restava dei pellegrini sconvolti e stravolti da tale impresa, spesso si trovavano a danzare e cantare versi e musiche non completamente sacre. Vicinissima alla Città Santa si trova Finisterre, il mitico luogo dove il mondo finisce...
Sicuramente, per quei tempi, la prospettiva di un tale viaggio era priva di un progetto di ritorno, pertanto i pellegrini vivevano, consapevoli dei rischi che si correvano, l'esperienza di un percorso dove certa era la meta ma insicuro il passaggio e allora nella dimensione di un eterno presente, incominciavano a vivere solo il viaggio, giorno per giorno, passo dopo passo, e una nuova vita, nella quale, spesso, abbandonando i soliti ruoli e le convenzioni urbane, si scoprivano uomini liberi e vivi di una nuova santità.
Ascoltando Calenda Maia in Futuro Antico I, è possibile cogliere le innumerevoli sfumature del clima emotivo, morale e, soprattutto umano, che si realizzava nel pellegrinaggio verso Santiago: insieme ai santi danzavano la càbala, l'alchimia, i guaritori, i mercanti, i ciarlatani, gli spiriti, i demoni, i vecchi e i nuovi dei degli uomini.

 

IL CAMMINO VERSO SANTIAGO

   Se ho ascoltato le lente cantilene di vecchi borghi affumicati d’inverno 
 E ho camminato tutti i sassi malmessi per  strade assolate d’estate, 
Se ho respirato ogni  profumo tiepido di primavera, 
È stato per arrivare in un autunno generoso di colori arrossati 
E per trovare lo scopo di un viaggio pensato e immaginato, 
Nella visione di un miracoloso spettacolo di luci e di fuochi 
Che rendono chiara anche la più scura notte sul sagrato della cattedrale 
In fila i normali e, come animali, quelli che non sanno più andare. 
Il bello del mio viaggio è stato solo viaggiare 
Percorrere le affinità mutevoli dei popoli 
Che come un grande mare si muovono 
Sciogliendosi in molteplici voci e nuovi altari.
Tra tutti quelli che partirono molti si disorientarono
E nella religione persero la ragione e finirono per diventare 
Nuovi diavoli e inseguirono le forme pregevoli
di femmine  e denari, gli stessi demoni da cui fuggirono
li ritrovarono ad aspettare con musici magnifici
con canti strofici e ritmi alternati a ballare
le danze popolari le profezie e i rimedi pagani
per sanare le piaghe, dentro ai sandali, di piedi sanguinanti…
Io mi ricordo le immagini di volti di fanciulle,
che prima erano vergini, sorridermi e uccidermi i sonni disturbati
da incubi frenetici di inferni soliti e di nuovi peccati
appresi ed imparati per queste strane strade
sdrucciolevoli di umori intimi e di misericordie acquistate con monete penitenti
dei potenti che ci affliggono con gli zoccoli del loro pellegrinare inutile
verso il luogo dove si ratifica la vendita della perfezione ultima
che è stata già pagata da mille e mille poveri
collocati, per l’eterno, in un paradiso umile, come un mite inferno,
per fare posto, negli Inferi, agli eretici, ai poetici che gridano rivoluzioni
e fanno male ai popoli, per cui, è utile che cantino, ai redenti reggenti,
inni serafici, destrieri fotonici, che li spingono nell’empireo e tra i cori angelici
a riflettere la luce di quello stesso Dio che invece ha sudato un calvario per raggiungere
un trono altissimo crociato simbolo di gloria per innalzare noi che così umili
chiediamo l’elemosina di vivere ….
Santiago compie il miracolo di scoprirmi piccolo e inutile
nel sapermi vivo e vegeto e  voler incidere nella storia…
Alla fine felice? Inconsapevole a meta raggiunta!
Non conosco quelli dei miracoli, ma ogni tanto gridano
e tutti gli altri credono ai monaci e dopo tutto anch’io
forse solo per l’unguento e il mite companatico insipido
che aggiusta il digiuno nell’anima e nello stomaco rimbombano
gli echi mistici dei cantici e i lamenti tipici degli acciacchi cronici
che soffre chi riprende il solito itinerario per percorrere il ritorno
a quella vita ordinaria da cui siamo fuggiti in cerca del miracolo
per sanare l’anima dall’accidia e dall’invidia per chi afferra
la sorte e non litiga un misero salario e gode delle favole,
camminando tra le nuvole…

A. Simonetti

 

STELLA MATUTINA  -  Musica tratta dal "Libro Vermeil",  eseguita da Angelo Branduardi

   

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