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Confessioni di uno scalpellino
Di webmaster (del 17/08/2007 @ 11:49:37, in ITALIANO, linkato 1035 volte)

 

Introduzione:  

“La riscoperta”  

Sono stato da sempre un grande ammiratore ed ascoltatore di Angelo Branduardi, la sua musica ha fatto da colonna sonora ai miei pomeriggi “di studio (quasi) matto e disperatissimo” ai tempi dell’università e al mio lavoro nei  cantieri al chiuso degli edifici da restaurare o nel caotico stanzone che faceva da studio e da casa negli anni del mio apprendistato di promettente architetto.

Mia moglie, tra l’altro, “somigliava” alle evanescenti e misteriose figure femminili del magico universo branduardiano, nel bene e nel male mi appariva tenera e leggiadra e… superba e crudele!

C’è stata una fase nella mia vita in cui avevo messo da parte la mia sfera emotiva e sognatrice catturato dal pragmatismo cronico degli anni ’80 e ’90 e pungolato dalla sempre più pressante esigenza della mia famiglia di apparire al top.

Poi, come nel gioco sasso - carta - forbice, non so con quale mossa, ma io, insieme al mio destino, ho compiuto un bel capitombolo per ritrovare me stesso e, lo dico, per tornare ad essere felice.

Oggi che vado attraversando quella mezza età tanto denigrata, io mi sento come un nuovo fanciullo curioso della vita, nei miei occhi rivedo lo stesso bagliore che mi faceva cogliere tutto il mondo in un foro nel muro o nella linea dell’orizzonte.

In questo “oggi” della mia vita, buona parte ha avuto la riscoperta, per caso, della musica di Branduardi.

Questo lungo brano racconta di un giorno nell’ormai lontano 2003, quando mi imbattei nell’occhio di Laila:

 

CONFESSIONI DI UNO SCALPELLINO
Bologna è vivibile anche se gli autobus sono in sciopero,
da via Saffi a via Irnerio il cammino è piacevole ma non breve
in una pallida mattina di  marzo, un’afa quasi estiva io cammino sudando nel
giaccone acquistato in saldo a febbraio
ripieno per metà di piume di oche non di primo starnazzo e penso,
mentre i piedi scansano
qualche traccia di cane sul marciapiede insano,
alle piume seminate dal mio peregrinare per la strada…
Di venerdì lavoro meno, solo poche ore,
contavo di arrivare prima per non fare fila al discount alimentare…
D’altra parte che cosa ho da fare!
Mi piace osservare la gente che mi osserva,
sono ancora un uomo, di una bellezza che gira intorno alla cinquantina:
alto, slanciato, brizzolato,
 fisico asciutto da una non buana credenza e
da una scarsa frequenza dell’arte della cucina.
Al mio occhio di consumato artigiano esperto restauratore,
operaio degli altrui capolavori,
la luce di oggi pare essere infedele,
bianca e sognante, inquietante,
e a me sembra oggi di sognare tra le nuvole dei gas di scarico
e i rumori amici della città che mi accoglie e scuote.
Mi scrollo dalle spalle il brivido di un ricordo e,
aspettando l’omino verde delle lanterne moderne,
mi specchio nella vetrina traboccante di scarpe:
a stento riconosco il marito di mia moglie
senza lo smalto dato da capi firmati da ignoti autori,
rifilati da sottomesse mani di Singapore,
che trasudano cifre esorbitanti e appariscenza
a dispetto di quanti faticano a tenere in piedi una semplice credenza.
Il trillo del verde semaforico mi ridesta e riprendo il cammino ,
oggi spero che i piedi miei guidino i miei passi
giacchè la mente va verso l’ignoto.
Mi sorride una fanciulla,
ripenso ai miei figli
di cui sono ormai solo un lontano genitore
di cui non hanno tempo di parlare tra masters di lingua e di economia,
si sono buttati a capofitto nel progresso
per stare al passo e per non perdere il lusso
per cui la madre ha tanto faticato;
se mi ripasso i loro volti vedo
solo una forte mano di smalto
che li tiene sempre in rigida posa in un sorriso terrificante di soddisfazione
nella truce ambizione di essere i primi ed i migliori…
temo di aver contribuito con il mio seme a generare dei mostri
che mi hanno già divorato,
scusate la mia presunzione ma mi sento un novello Crono
che ha smesso di maciullare .
M’hanno bloccato e intimorito gli sguardi di estrema sufficienza
della donna a cui per amore io fui marito,
non so per quale intruglio o qualsivoglia doglia
nel tempo ha trasformato il tenero nido d’amore restaurato
nel vecchio podere di mio padre
in una superbe villa di ostentato splendore
e anche la sua primigenia bellezza si è evoluta
in una maschera di efficiente perfezione a cui io facevo da contorno,
cavaliere servente e principe consorte,
non servivo nemmeno più da antipasto nei discorsi…
non ricordo chi mi affidò la parte di starmene in disparte
ma, io che so essere solo un bravo scalpellino,
non bruciavo di ambizione mentre lei, sempre più distante,
scalava le vette più ambite degli incarichi  nelle Belle Arti,
il colle del prestigio cattedratico,
i volumi patinati delle pubblicazioni a tirature sempre più limitate
con incisioni dorate riempivano gli scaffali buoni del salone.
E io portavo uno, due, tre alla volta nel garage o nella cantina
la nostra, la mia vita di prima…
poi come uno sparviero sopraggiunse il potere.
Onorevoli e senatori, assessori e consiglieri
a pranzo e a cena ogni sera,
ed io mi annoiavo di parole
ma facevo la mia bella figura nei completi di lino
e nelle rughe dell’abbronzatura, sorridevo a stento
e per un certo tempo mi salvò l’ironia
tra le olive del Martini e gli sguardi sboccati di donne ostentate
come trofei, come nuove polene messe alla barche o alle brache.
Infine mi pesò il riso e mi giunse serio
il voltastomaco tipico del mal di mare dell’ipocrisia,
l’indice di quella troppo perfetta donna mi additava
e mi accusava dei suoi insuccessi,
occorreva fare largo,
fare posto ad un dramma familiare per dare credito politico alla sua figura,
serviva un capro espiatorio
ed io ho sperato almeno di non aver del caprone le corna…
Non so poi come avvenne ma
un giorno mandai tutto a monte e tornai nel piccolo borgo
dove passavo l’estate con le cicale e con i nonni,
adesso l’estate non c’era ma respiravo il fumo del camino
e riconobbi tra le pieghe del suo viso un antico amore
consunto da lutti e dolori,
non mi fermai però a lungo per non rimanere invischiato
nelle tela di un nuovo labirinto tracciato
dai segni disperati di anime inquiete.
Presi un’altra direzione e giunsi ad oggi
in questa nuova vita, in una stanza ammobiliata dei padri dehoniani,
per amico tutto il mondo e il collega Arita
che mi affianca silenzioso nei soliloqui indifferenti
che mi sorride quando declino la mie amarezze con il vino…
Mi fermo e osservo dall’altra parte
del marciapiede uno strano manifesto,
un occhio strano mi scruta, mi avvicino,
leggo la data ,l’ora e il dove e poi mi avvio.
“C’è al Medica il concerto di Brandurdi:”dico
 e Arita  che verrà dice.
Quella sera ci diamo appuntamento
davanti all’albergo Cristallo atmosfera da giallo,
io con il mio cellulare di scarsa batteria a stento comprendo la via,
Arita ha una vecchia buona macchina
e già l’ha parcheggiata è abbastanza turbato
o per vedermi in tiro: giacca, cravatta in tono,
soprabito di pelle lungo alla matrix in prestito da Del Buono;
faccio ancora la mia figura,
ma Arita sostiene che faccio veramente impressione
per come sono alto e dimagrito o,
forse è preoccupato perché nella comune cucina
ridendo gli dissi che avrei posato l’indomani mattina
una rosa rossa sul suo cuscino
e gli avrei dato un lieve bacio sulla fronte stempiata
prima di lasciare la camera doppia economica e condivisa per il grande evento.
L’inserviente ci sorride,
mi mette in mano una chiave con un blocco di cristallo
fasullo come le sue allusioni a due signori abbastanza distinti
che prendono una camera in albergo senza per forza essere amanti…
io faccio finta di niente sono emozionato molto e dopo molto tempo,
Arita sempre più rigido impreca contro le mattonelle
che non sono decisamente di suo gradimento.
Il teatro è al  completo, io ho preso i posti buoni,
a sinistra, terza fila dopo la stampa, vicino a me una coppia giovane.
Dopo l’annuncio il sipario si apre e appare tra una nuvola bianca di tulle,
una luna d’argento e il cantore seduto quasi in terra che mi racconta…,
per due ore ho percorso il mio cammino,
ho ritrovato tutti i sapori che la rabbia e l’accidia mi avevano attutito,
la ragazza a me vicino si commuove, io mi vergogno,
perché sono grandicello e per Arita,
ma piangerei anch’io…
Alla fine per strada come un mulino a parlare,
la felicità ha sapore di neve e  forza di vento…
poi Arita si addormentò sulle mie parole,
io non chiusi occhio pensavo e lacrimavo alla musica,
alle parole, all’esperienza,
vivo, come una fanciulla innamorata.
Il mattino arrivò a ritrovarmi ad aspettare il 13 in via Ugo Bassi,
il sole riscaldava la mia faccia felice,
pensavo ai commenti dei colleghi al cantiere
quando mi avrebbero visto arrivare
tra i calcinacci e gli intonaci dei rilievi
con un tale vestito.
Mentre si parte sorrido pensando ad Arita,
cercherà invano la rossa rosa sul cuscino…
e l’umore di un bacio sulla fronte avita!
 
A. Simonetti